Calvelli spiega la stele romana del Campanile di San Marco a S. Apollonia

Ogni pietra di Venezia ha una storia da raccontare e proprio su questo tema John Ruskin, amico di Angelo Alessandri cioè il papà di Gigeta, aveva scritto “Le pietre di Venezia”, un vero e proprio trattato di arte e architettura veneziana.

In una città che sorge sull’acqua il materiale edilizio deve essere appositamente importato, oggi come allora, e il suo riutilizzo è da sempre all’ordine del giorno. Già l’anno scorso ce lo aveva spiegato bene il professor Lorenzo Calvelli, professore all’Università Ca’ Foscari ed esperto di epigrafia latina.

La scoperta del 1905 alla base del Campanile di San Marco

Di recente, nell’ambito del ciclo d’incontri informali promosso dal Museo Archeologico Nazionale di Venezia “Storie di Piazza San Marco”, è stato messo in evidenza che tre anni dopo il crollo del Campanile di San Marco, nel maggio 1905, durante i lavori di consolidamento delle fondazioni del Paron de Casa necessari alla sua ricostruzione, si scoprì una stele funeraria di epoca romana, inserita nel quarto gradone del basamento del campanile. Ricavata da un blocco di calcare di Verona, la lapide era spezzata in basso; restavano solo nove righe di testo. L’iscrizione è conservata nel chiostro di S. Apollonia. All’inizio del I sec. d.C. segnava il luogo di sepoltura di Lucio Ancario, figlio di Caio, cittadino romano iscritto alla tribù Romilia, che aveva ricoperto importanti cariche militari, civili e religiose nella colonia di Ateste.

Gherardo Ghirardini, Soprintendente alle antichità del Veneto, studiò il reperto, considerando straordinaria questa scoperta archeologica. Fino ad allora, infatti, si era ritenuto che le pietre e i mattoni antichi reimpiegati come materiale edilizio a Venezia provenissero dalle città prossime all’estuario, come Altino, Oderzo, Aquileia e dalle coste della Dalmazia.

Ancora un plauso al professor Calvelli che ci aveva ben spiegato la presenza dei romani in laguna di Venezia ai tempi in cui coltivavano le cozze nerissime di Altino “pectines nigerrimi”. Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) le descrive nel trattato enciclopedico Naturalis historia conservato presso la Biblioteca nazionale Marciana di Venezia.

Fonte immagini: Venezia1600

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